Perchè in Giappone ci si chiama per Cognome? Il sistema dei nomi in giapponese prevede che il cognome venga posto prima del nome: infatti, in Giappone ci si chiama per cognome nei più diversi contesti, solitamente premettendo a quest’ultimo un suffisso onorifico. Ma perché avviene ciò?

Posto che il Giappone è uno dei paesi con il maggior attaccamento alle proprie tradizioni, anche per quanto riguarda il nome giapponese rimane in uso un’antica usanza che identifica le persone in base alla propria famiglia di appartenenza: ecco perché ci si rivolge agli altri utilizzando il cognome.

In questo articolo approfondiremo questo aspetto, specificando come è nata l’usanza di indicare prima il cognome rispetto al nome e come e quando vengono utilizzati i suffissi giapponesi.

Com’è composto un nome giapponese?

Come anticipato, i nomi giapponesi completi prevedono il cognome e il nome: l’ordine di questi due elementi è esattamente l’inverso rispetto a quanto avviene in italiano e in molte altre lingue dei paesi occidentali.

Infatti, in Giappone si usa premettere il cognome al nome e, nei contesti non casalinghi, ci si rivolge ad una persona che si conosce, anche quando c’è un rapporto d’amicizia, utilizzando esclusivamente il cognome.

Analogamente a quanto avviene nella lingua italiana, il cognome indica il nome della famiglia di appartenenza (al pari di un qualsiasi Rossi, Bianchi, e così via) e, allo stesso modo, viene preso solitamente dal padre.

Anche le donne, dopo il matrimonio, sono solite adottare il cognome del marito, anche se si tratta di una tendenza che, dopo secoli di inattaccabilità, sembra essere oggi decrescente.

In effetti, quando in Giappone si pensa al “nome” (il cui termine giapponese è 名前・なまえ – namae), si fa riferimento sia al nome proprio di persona che al suo cognome. In particolare, in grammatica giapponese per distinguere questi due elementi ci si riferisce al:

  • Nome in alto (上の名前・うえのなまえ – ue no namae), per indicare il cognome
  • Nome in basso (下の名前・したのなまえ – shita no namae), per indicare il nome proprio di persona.

Questi appellativi per definire nome e cognome derivano dalla circostanza per cui il giapponese viene scritto in caratteri verticali: per questo, visto che si indica prima il cognome quest’ultimo viene scritto più in alto rispetto al nome, che si trova quindi nella parte bassa della linea verticale.

Il cognome di persona è scritto secondo l’antica forma di scrittura cinese, il cosiddetto “kanjii”. Vista la loro importanza e la capillare diffusione nella società giapponese, esistono, secondo alcuni studi, oltre 130.000 cognomi diversi.

Come ci si chiama in Giappone?

Quanto detto potrebbe far sorgere una domanda lecita: se, tecnicamente, il “nome” giapponese indica sia il cognome che il nome, allora come ci si chiama tra persone?

Ciò, come vedremo meglio più avanti, dipende essenzialmente dal rapporto esistente tra due persone.

Normalmente, il nome proprio è utilizzato quasi esclusivamente in contesti familiari (come nel caso del genitore che si rivolge al figlio) o per chiamare i bambini.

Viceversa, nei rapporti formali (come quelli scolastici, lavorativi), ma anche nei rapporti affettivi estranei alla famiglia (come avviene tra compagni di scuola e amici), l’utilizzo del nome è davvero molto raro.

Quando si chiede a qualcuno come si chiama, nella maggior parte dei casi si risponderà utilizzando il proprio cognome: il fatto sorprendente, come anticipato, è che anche fra amici intimi è frequentissimo l’utilizzo del cognome per riferirsi alla persona, mentre l’utilizzo del nome è ancora oggi rarissimo.

Perché i nomi propri hanno minore importanza?

Ma quindi per quale motivo in Giappone ci si chiama per cognome?

Come anticipato, l’usanza di anteporre il cognome al nome o di utilizzare esclusivamente il primo per chiamare una persona è espressione dell’importanza della formalità nel contesto culturale giapponese.

La tradizione feudale del Paese e la sua rigida divisione in classi sociali di riferimento, sebbene ormai costituenti un ricordo del passato, sono elementi che hanno reso fondamentale il ruolo della famiglia tradizionale, come vedremo, creando così una sorta di doveroso senso del rispetto con riguardo all’utilizzo del “nome di famiglia”.

Ne consegue che il cognome, in realtà, più del nome stesso, identifica la persona che lo porta.

Questo è il motivo per cui, anche nei discorsi informali, tra amici e conoscenti, ci si rivolge all’altra persona chiamandola per cognome, dal momento che è questo ad essere considerato il suo “vero” nome.

Viceversa, i nomi propri (l’equivalente dei nostri Luca, Francesca, e così via), hanno una rilevanza minore e, non a caso, vengono indicati, per iscritto, dopo il cognome, mentre nelle conversazioni orali si omettono quasi sempre.

Questo fatto spiega anche la circostanza per cui la scrittura del nome può variare: di solito si utilizza il kanjii anche per i nomi, ma è molto diffuso l’impiego dei caratteri hiragana (che, invece, è particolarmente mal visto con riguardo al cognome) o, se si tratta di uno straniero, dei katakana.

Da dove deriva l’importanza del cognome?

Come abbiamo già anticipato, l’usanza di riferirsi alle persone utilizzando (quasi) sempre il loro cognome deriva dal tradizionale formalismo della società giapponese, per cui si ritiene deferente chiamare una persona secondo il nome che la identifica come appartenente ad una determinata famiglia.

In altri termini, il motivo per cui in Giappone ci si chiama per cognome è legato all’importanza della famiglia tradizionale.

Tralasciando valutazioni sociologiche su quanto la famiglia giapponese sia mutata nel corso del Novecento, è innegabile che, ancora oggi, viene tenuto in grande considerazione il sistema familiare noto come “ie”: si tratta di una famiglia patrilineare, caratterizzata da una forte gerarchia interna, basata a sua volta sull’età dei singoli componenti.

Normalmente, tale famiglia è retta dal padre e vede nel figlio maschio più grande l’erede di quest’ultima: tra i compiti del capo-famiglia ci sono i doveri di cura e sostentamento dei genitori anziani, della moglie e dei fratelli minori.

Normalmente questi ultimi, nel momento in cui si sposano e formano un’autonoma famiglia, restano comunque “affiliati” alla famiglia principale, in un sistema potenzialmente infinito.

Un’usanza molto comune, specialmente nel recente passato, era quella di “adottare” il marito della figlia sia nel caso in cui non vi fossero altri figli maschi, sia nel caso in cui la famiglia di adozione porta avanti un cognome prestigioso: in questo caso, infatti, è il genero ad adottare il cognome della moglie.

Sebbene questa struttura familiare sia stata ormai superata, ne è rimasto un esplicito ricordo nell’uso di identificare le persone quali appartenenti ad una determinata famiglia, appunto utilizzando il cognome per chiamarle.

Contestualmente, per dare maggiore personalizzazione al rapporto esistente tra persone, l’uso del cognome si è storicamente affiancato all’utilizzo di suffissi onorifici: come vedremo tra poco, sono questi ultimi a rappresentare la chiave di volta per cogliere la differenza esistente tra il come si chiama un amico, un genitore, un collega di lavoro, un estraneo, e così via.

Cosa sono i suffissi onorifici?

Se, quindi, l’uso del cognome per chiamare le persone è ancora oggi molto utilizzato in Giappone, è l’impiego dei suffissi onorifici che permette di contestualizzare il “nome” della persona.

I suffissi sono generalmente neutrali, anche se ne esistono varianti solo femminili o solo maschili.

Il loro utilizzo è fondamentale per instaurare una conversazione competente con un giapponese, anche se non vengono generalmente considerati basilari nella grammatica.

Il suffisso può essere impiegato sia con il nome che per la coppia cognome-nome, a seconda del rapporto esistente tra due persone.

Dal momento che, come anticipato, l’uso del nome è generalmente limitato ai rapporti tra stretti familiari, ne consegue che buona parte dei suffissi che reggono il nome sono esclusivamente di tipo familiare.

Viceversa, i suffissi comuni reggono cognome e nome: in questo caso essi vengono usati in fondo al nome completo.

Addirittura, è frequente l’impiego di suffissi a titolo di nome proprio, come accade per identificare un animale domestico: ad esempio, il suffisso –chan può essere usato dopo il nome generico “neko” per identificare il proprio gatto di casa.

I suffissi giapponesi vengono utilizzati generalmente verso il proprio interlocutore o quando si sta facendo riferimento ad un terzo; normalmente essi sono impiegati anche nella scrittura formale.

Viceversa, essi non sono utilizzati per riferirsi a sé stessi, dal momento che, tranne quando venga fatto di proposito per creare un contesto drammatico o ironico, questa usanza viene considerata arrogante e tenuta in pessima considerazione.

Esistono anche casi in cui è possibile non utilizzare suffissi: ciò avviene soprattutto tra amici intimi, giovani, compagni di classe e, generalmente, quando non sussiste differenza d’età o altra circostanza che impone il rispetto della forma.

Nelle generazioni più giovani è ormai molto in voga essere indicati senza suffisso, utilizzando questo solo verso conoscenti occasionali, superiori gerarchici e così via.

Nei prossimi paragrafi identificheremo tutti i principali suffissi utilizzati in giapponese, classificandoli a seconda del loro contesto all’interno o all’esterno della famiglia.

I suffissi familiari Giapponesi

Cominciando con i suffissi utilizzati all’interno della famiglia, questi ultimi sono normalmente utilizzati come nomi propri per riferirsi ad un determinato parente e, spesso, sostituiscono sia il nome che il cognome.

Ciò avviene, ad esempio, quando ci si chiama tra sorelle e fratelli. In particolare:

1. Oniisan e Oneesan stanno ad indicare il fratello e la sorella maggiore, dal momento che derivano dalla combinazione tra il nome generico (ani e ane – fratello e sorella) con il suffisso –san: come anticipato, essi sostituiscono il nome del fratello/sorella in questione, anche se possono essere usati anche verso fratelli e sorelle maggiori di altre famiglie, in segno di cortesia; esiste una variante senza “o” (niisan e neesan) che indica una forma meno cortese e più confidenziale;

2. Oniichan e Oneechan è una forma più affettuosa, che sottintende un rapporto più confidenziale con i fratelli (può essere resa, in italiano, con i termini “fratellone/sorellona”;

3. Otouto/Imouto, invece indicano i fratelli e le sorelle minori, ma se è presente una notevole differenza d’età da parte del fratello maggiore è più frequente la forma affettuosa che prevede l’uso del nome proprio seguito dal –chan (in questo caso con un effetto che potrebbe essere reso in “fratellino/sorellina”).

Per quanto concerne gli altri suffissi che vengono normalmente utilizzati in famiglia, abbiamo:

  • Otosan e Okaasan, che indicano il padre e la mamma;
  • Ojisan e Obasa, che stanno per zio e zia;
  • Ojiisan e Obaasan, per riferirsi al nonno e alla nonna.

Anche queste forme esistono nella variante che prevede l’utilizzo del –chan o del –sama: la prima indica un grado di confidenza e affettuosità maggiore (anche se le forme riferite ai nonni sono considerate infantili); la seconda, invece, è una variante molto più formale, utilizzata in famiglie di alto rango.

Analogamente, questi termini sono generalmente sostitutivi del nome proprio e del cognome all’interno del contesto familiare; viceversa, quando si parla di un proprio parente all’esterno della famiglia non è infrequente l’utilizzo del nome/cognome seguito da un suffisso comune.

I suffissi comuni

Venendo a questi ultimi, è bene notare che si tratta di un gran numero di termini, ciascuno dei quali utilizzato in un contesto e in un tipo di rapporto ben preciso. Limitandoci a quelli più frequenti nella prassi del parlato, possiamo indicare:

1. San: si tratta di un titolo di rispetto impiegato nella stragrande maggioranza dei casi, dal momento che viene utilizzato dopo il cognome e quindi si presta ad essere impiegato sia in contesti formali che informali e fra persone di tutte le età; il san è impiegato anche per dare un nome proprio ad un nome generico, come può avvenire quando si intende identificare l’impiegato di un determinato negozio (ad esempio, il lavoro del “nikuya” – il macellaio, può essere convertito in “nikuya-san” per riferirsi al signore che lavora in macelleria);

2. Sama: si tratta della forma originaria di –san e della sua variante più formale; al pari del primo, tuttavia, può essere utilizzato per qualsiasi genere, ma esclusivamente per riferirsi ad una persona di rango elevato, come avviene quando il dipendente si rivolge al proprio datore di lavoro, o quando un commesso si rivolge ad un cliente, e così via;

3. Kun, al contrario dei due suffissi prima descritti, è appannaggio esclusivo di ragazzi e amici e viene impiegato come forma di rispetto nei confronti di coetanei o di persone più giovani; si tratta di un suffisso prettamente confidenziale, ai limiti dell’affettuoso: ciò può avvenire anche da parte di un anziano nei confronti di un giovane o in ambito lavorativo, tra colleghi;

4. Chan è il tipico vezzeggiativo giapponese, dal momento che il suo significato è assimilabile al nostro “piccolo/a” o, comunque, ad un diminutivo: ne consegue che, se usato dopo un nome proprio esso tende ad individuare un rapporto di estrema confidenza o a sottolineare la giovanissima età della persona; tuttavia, -chan è molto diffuso anche per sottolineare il forte livello di amicizia e intimità, ed è impiegato anche per riferirsi al partner o ad un amico d’infanzia (specialmente femminile, visto che se usato per i maschi può essere considerato offensivo fuori da contesti scherzosi o di forte amicizia): due fidanzati possono utilizzare il –chan dopo il nome proprio per chiamarsi reciprocamente; viceversa, quando un ragazzo chiama una ragazza che conosce generalmente utilizza il cognome seguito dal –san, mentre tra maschi è preferito il cognome seguito dal –kun;

5. Sensei/senpai: sono generalmente nomi generici utilizzati per riferirsi ad una persona, quindi tecnicamente non si tratta di suffissi, anche se possono essere utilizzati dopo il cognome per identificare con rispetto il proprio interlocutore; sensei indica generalmente il professore, il maestro o un dottore; viceversa, senpai è utilizzato da parte dei più giovani nei confronti di un compagno o collega più anziano al quale portare rispetto: anche in questo caso può essere usato da solo o dopo il cognome della persona (come avviene quando un ragazzo chiama un altro appartenente ad una classe superiore).

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Vi è Piaciuto l’Articolo? Abbiamo cercato di fare de nostro meglior per spiegare in modo semplice alcuni concetti della Tradizione Giapponese relativa ai Nomi e il loro utilizzo nella lingua Parlata, naturalmente non potevamo trattare in un unico articolo tutti i Suffissi utilizzati in Giappone, se volete aggiungere qualcosa lasciateci un commentoiqui sotto.

Sperando di aver risposto a tante vostre domande vi salutiamo e ci vediamo al prossimo articolo sul Giappone!

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